La mia playlist – autunno 2017

Partiamo da un fatto: Tom Waits.
Per vie traverse scopro che Mr. Waits ha rilasciato un’intervista al The Guardian stilando una sua personale top 20, con tanto di motivazione, da cui ho dato il via ad  un vortice di ascolti incrociati e serendipiche scoperte.
Quindi nella playlist ci metto un po’ di suo e un po’ di mio.

Partendo da Tom Waits, finora mi sono impallata con quattro album della sua lista:

  • Thelonious Monk – Solo Monk, per me che ho suonato il pianoforte questo disco è una meraviglia; ha ragione Tom Waits quando dice che sembra di sentire suonare un bambino che prende lezioni di piano. e Monk stesso dice: “There are no wrong notessome are just more right than others“.
  • Bob Dylan – The Basement Tapes (che non si trova su Youtube ma si trova su Spotify), una canzone tra tutte: “One too many mornings“. Parlando di questo disco Tom Waits dice: “Mi piace la mia musica con le scorze e i semi e la polpa lasciati dentro”, per rendere l’idea – e la rende benissimo!
  • James Brown – Startime, una fra tutte “I’ll go crazy“: una raccolta da ascoltare assolutamente quando a lavoro ti prende la fiacca, per esempio
  • Houndog – Houndog, da cui è partita tutta la mia ricerca sui Los Lobos, di cui Waits stesso cita ad esempio “Colossal Head”.

Ovviamente piano piano li sto ascoltando tutti e 20, da “In The Wee Small Hours” di Frank Sinatra a “The Delivery Man” di Elvis Costello.

I miei personalissimi ascolti autunnali invece partono a settembre con il disco nostalgia “La mia generazione” dove la bellissima voce di Mauro Ermanno Giovanardi ripercorre alcuni brani italiani degli anni ’90 che hanno segnato la mia vita universitaria: dagli Afterhours ai Marlene Kuntz passando per Cristina Donà e gli Üstmamò.
Nello stesso periodo iniziano almeno due mesi di ascolto compulsivo di musica downtempo, con la scoperta di un gruppo italiano, the Dining Rooms, e del loro album “Numero Deux“.
Un po’ di Brasile non guasta mai e tramite gli ascolti suggeriti da Spotify ho conosciuto la cantante Ceu (molto piacevole l’album omonimo); ma siccome Brasile chiama Caetano Veloso, nella mia selezione di dischi salvati c’è anche lui, con un album che prende il nome dalla canzone “Eu sei que vou te amar“, che mi piace ascoltare anche nella meravigliosa versione live (Roma, 1983).

Poi ci sono quei cantanti che vorresti conoscere meglio e non approfondisci mai, tipo PJ Harvey, di cui ho scoperto “To bring you my love”, bel disco del quale mi piace ascoltare ad esempio “Send his love to me“.

Poi ci sono i dischi – e gli artisti – che ti fanno scoprire gli altri, come Martin Sexton,  una voce strepitosa di cui non conoscevo l’esistenza. Tra l’altro (gioisco) ho appena scoperto archive.org – un po’ in ritardo, lo so – e sono andata ad ascoltarmi una versione live di “Gipsy woman” (ma volendo ci sono milioni di file condivisi, basta fare search)

Poi ci sono le canzoni che potresti ogni giorno senza mai stancarti, delle quali stai ben attento a scegliere la versione migliore. Due esempi fondamentali nella mia lista sono:

  • Dolphins di Tim Buckley e ogni  volta pensi “ma che voce aveva questo qui?”; nel video del ’74 su Youtube vedere lui che canta è un’esperienza
  • Don’t think twice it’s alright” nella versione live del 1965, che ogni tanto sparisce da Youtube e che finalmente, a scanso di equivoci, ho salvato in mp4 sul mio computer, dopo aver cercato sul mitico Aranzulla “Come scaricare video da Youtube

E poi ci sono gli album che ogni tanto ti dimentichi e quando li ritrovi non ne puoi più fare a meno, come “The three EP’s” dei The Beta Band, che ho scoperto anni fa tramite il film “Alta Fedeltà“; meravigliosa “Dry the rain” (ma anche “Needle in my eyes”,  ma anche tutte!) e indimenticabile il pezzo del film dove lui mette il disco per testare la reazione dei clienti del negozio.

Ancora, ci sono quelle canzoni che senti per caso – alla radio? non ricordo – e da lì parte la giornata monografica su Enzo Jannacci – e a tratti ti commuovi. Quello che canta onliù è  un mix fantastico di musica e parole:
[…] Quando mi dirai che è proprio roba da imbecilli vomitare proprio in mezzo alla strada,

e quando ti dirò che è per fatica di capirti che mi vien da vomitare, qui giù in strada,
e quando arriverà la sera e penserai che la mattina dopo non potrebbe più arrivare
E tu eri la’ che stavi al mare,
Che bel fresco onde evitare,
Che ti frega di uno che fa fatica a vomitare […]

Oppure ci sono i giorni in cui un approccio filologico spinto ti porta ad ascoltare la metà degli album di Frank Zappa (che già la metà mi sembrano un numero infinito), partendo magari da un articolo di Ondarock e ti ricordi di quel pezzo che secoli fa ascoltavi sempre, “Bobby Brown goes down” e pensavi che non ci potrà mai essere un altro Zappa nel mondo:
Hey there, people, I’m Bobby Brown
They say I’m the cutest boy in town
My car is fast, my teeth is shiney
I tell all the girls they can kiss my heinie […]

Naturalmente, per finire, ci sono anche i sempreverdi, che ascolto costantemente nella mia vita, qualunque sia l’umore e la congiunzione astrale. Inizio con una top 3 non esaustiva (e mi lascio in serbo altri evergreen per un futuro post):

  • Billie Holiday, difficile scegliere ma ci provo:
    – Lady in Satin, adoro “I’m a fool to want you
    – Lady sings the blues, “Strange fruit” su tutte, ma anche “Trav’lin light
    – da Love Songs, per fare la romantica, scelgo “Easy living
    Anche se poi la canzone che più ho cantato di Billie nella mia vita è “Stormy weather
  • Chet Baker, in cima alla lista l’album “Chet Baker sings” perché lui aveva anche una voce stupenda, vellutata, un sogno! “But not for me” la ascolterei all’infinito
  • David Bowie: non ho molto da dire che non suoni banale, ma banalmente  è il mio artista preferito di sempre, una fonte assoluta di ispirazione. Lo ascolto tutto senza mai trovare una canzone che mi stufi, ma due cd in particolare li ho consumati e cantati allo sfinimento dai tempi di Dublino in poi: “The rise and fall of Ziggy Stardust and the spiders from mars” e “Hunky Dory”

Quindi ora mi ascolto “Five years” e vi saluto:
[…] My brain hurt like a warehouse
it had no room to spare
I had to cram so many things
to store everything in there […] 

serebowie

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