Genova

Oggi nevica ma non attacca tanto, il mare alla fine vince sempre.
Vento di tramontana forte, mentre in Sardegna, nell’altro emisfero, ci sono circa 18 gradi di scarto (domani prendo la nave e vado a votare, tolgo il doppio calzino e metto il costume in valigia?).
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Dovevo rimanere a Genova due mesi invece sono al sesto anno. Una città che incastra, decisamente. In uno dei miei rari momenti poetici, qualche giorno fa l’ho paragonata ad un fidanzato che ti stringe da dietro: a volte sembra un’inculata, a volte un abbraccio.
Volevo fare un post di consigli di cose da fare, ma mi sembra sempre troppo banale per una città così poco banale.
A Genova io magari mi entusiasmo perché in un vicolo trovo un piccolo bazar arabo dove tutto è ammassato e puoi comprare una macchina per la pasta marca Imperia per 10 euro e ad un certo punto entra il nipote del negoziante con del the alla menta e lo offre a tutti, me compresa.
Oppure perché a Castelletto, vicino alla bellissima Spianata con la sua vista mai scontata, c’è un circolo ex combattenti dove se ti soffermi un attimo mentre sali le scale prima di entrare e guardi il mare e il porto e i palazzi, lo skyline di Genova sembra un po’ Manhattan e poi entri e ci sono le boccette e il biliardino e si può stare fuori in giardino ad ascoltare la musica il giovedì sera.
A Genova ho un’amica cinese sarta che mi fa i cappotti  e un amico senegalese sarto che mi riveste le sedie con tessuti africani.
A Genova c’è il porto.
A Genova purtroppo nel vicolo in cui vivo, ogni sera tornando a casa devo schivare le merde e i topi.
A Genova i genovesi te li devono presentare almeno 10 volte prima che inizino a salutarti quando ti incontrano per strada.
A Genova nel bar dove vado tutte le mattine, Lucio se gli chiedi di farti la spremuta ti risponde: “non potevi fartela a casa tua?”. Ma non esiste un bar dove io mi senta più a casa mia che con Lucio, che mi prende sempre in giro per come mi vesto; tipo: “oggi sei venuta in pigiama?”.
A Genova in centro storico non ci sono ascensori e il culo ti diventa di pietra a furia di scale; o di scalinate. E i vecchietti sono tutti arzilli e mediamente magri e si fanno a piedi certi tragitti che invece mia madre per andare a fare la spesa ad Alghero a 200 metri da casa prende la macchina.
A Genova non c’è un cazzo di lavoro, sembra una città del sud, ma meno allegra. E io quindi cosa ci faccio? Mah.
Genova è forse la città meno moderna d’Italia ma quello è pur sempre il suo fascino, perché io non ho mai visto un posto con tutte queste botteghe storiche, come Lucarda, in sottoripa,  dove si vende abbigliamento per portuali e marinai (e dove io ovviamente ho comprato la maglia a barchetta a righe) e se tu entri pensi che finisca tutto lì invece al piano di sopra c’è un mondo meraviglioso. Ma anche se esci dal centro storico ci sono delle chicche che dopo sei anni ancora non ho finito di scoprire. Per esempio Paolo mi ha portato da poco in via Trebisonda dal Siculo, che poi è una sicula, pasticceria gelateria con un arredamento rassicurante fermo a svariati anni fa dove la signora Gianna ha ancora i prezzi convertiti da lire in euro e quindi un cannolo costa qualcosa come un euro e zero tre. Grazie Paolo!
A Genova ogni tanto mi bevo un asinello dalla marchesa e suo marito, in via canneto il lungo, lo bevo anche se il corochinato è dolcissimo e un po’ stucchevole, perché è uno di quei posti in cui capisci cos’è Genova.
A Genova c’è un patrimonio culturale infinito che nessuno conosce, io continuo a non spiegarmelo e i genovesi non se ne preoccupano molto. Se c’è un evento degno di nota spesso lo vieni a sapere il giorno dopo, per caso, perché non si preoccupano neanche tanto di comunicare le cose. Sarà mica che i genovesi pensano che la bellezza vada un po’ nascosta per proteggerla? Possibile.
A Genova a maggio c’è profumo di gelsomino ovunque.
A Genova c’è sempre una creuza che non hai ancora percorso.
A Genova la mia focaccia preferita è quella della Claretta, anche se non sono molto simpatici. Ma da tempo ormai mi sono disintossicata dalla focaccia, che è la droga locale. Il pesto lo compro nei pastifici ma vorrei tanto una mamma che me lo fa, come mi fanno pesare tutti i miei amici genovesi: “no io il pesto non lo compro, me lo fa mia madre”. Ma farlo tu no eh? Come finiremo…

5 commenti

  1. Quanto è bello questo post.
    Sa di sentimento, malinconia, solitudine con la voglia di vivere tutto e non perdersi niente.
    Sa di mare e sa di muffa.
    E’ un post bello, bello, bello.
    Vorrei che lo leggesse la mia amica architetto di Genova, che in realtà non è proprio un’amica. Ci siamo conosciute a Torino perchè volevamo sapere di libri e siamo rimaste in contatto.
    Anche lei ama Genova, ma la sua sembra un’altra città.
    Credo che sia per questo motivo che sono certa che Genova sia proprio un nido che accoglie.

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