Colloqui

Ogni mattina una gazzella si sveglia e invia almeno un curriculum.
La ricerca di lavoro, si sa, è un lavoro, oserei dire tra i più frustranti. E forse affrontare i colloqui rappresenta la parte più faticosa di questo travaglio.
Perché in questo periodo di speranze deluse ormai i criteri selettivi adottati da chi offre un lavoro stanno iniziando a rasentare la follia. Credenziali da capogiro vengono richieste per lavori che prima avrebbero comportato al massimo un breve colloquio. Ogni nuovo rifiuto alza l’asticella dello sconforto, abbassa quella dell’entusiasmo, crea un effetto cumulativo di stanchezza e le motivazioni dei rifiuti giocano un ruolo importante in questo processo di progressivo scoramento.

Da poco mi sono trovata ad affrontare un lunghissimo iter per un’assunzione come segretaria part time.
Sorvolando sulla mia formazione, mi limito a narrare le alterne vicende che mi hanno portato a sostenere ben due colloqui e due giorni di prova (condivisi con altre candidate).
31 dicembre 2017: mentre tutti si preparano per il cenone di capodanno io, che non passo giorno senza guardare le email in arrivo, controllo la mia casella di posta elettronica alle ore 18 circa e mi accorgo di aver ricevuto un’email più o meno due ore prima, nella quale mi si convoca per un colloquio il 2 gennaio.
Antefatto: il 29 dicembre ricevo una telefonata (dalla precedente segretaria, suppongo) durante la quale, in virtù dell’invio di un mio curriculum per la posizione in questione, mi si chiede l’età: “stiamo facendo una prima scrematura per telefono”. Depressione istantanea, perlomeno scazzo, ecco. Ho dovuto ripetere due volte la parola trentanove, poi ho riattaccato e ci ho messo idealmente una pietra sopra. Figurati se mi richiamano! (Ma poi, apro parentesi, se vuoi dei supergiovani perché non pubblichi un annuncio che dice chiaramente cose come “neolaureati”, “junior” o simili?).
E invece…
… mi richiamano! Quindi, convocata d’urgenza per il 2 gennaio, mi affretto a prenotare un mezzo di trasporto che parta tra l’1 e il 2 gennaio, una prospettiva entusiasmante. Complice il fatto che in quei giorni in Sardegna imperversava la burrasca, prendere una nave sarebbe stato fatale, almeno per il colloquio, visto che i traghetti stavano attraccando a Genova con 6-8 ore di ritardo causa venti fortissimi.
Compro un volo Alitalia, con la quale non viaggio praticamente dai tempi dell’università: Alghero- Milano, partenza alle 6:50 del 2 gennaio. Si ridestano in me tristi ricordi di antichi viaggi – l’orario di partenza del primo volo per Milano è rimasto invariato negli anni – quando mi svegliavo in piena notte per essere in aeroporto sempre in piena notte. Le partenze al buio di una “povera emigrata sarda” acuiscono l’angoscia del distacco; ricordo il primo anno, quando ancora ero fidanzata con il mio grande amore dell’epoca, di aver addirittura vomitato prima dell’imbarco. Ora, a distanza di vent’anni, partire non è più come morire, ma con l’invecchiamento l’ansia aumenta e in questo caso i suddetti venti fortissimi mi fanno presagire un volo non proprio confortevole.
Invece un pilota ineccepibile ha reso il volo perfetto; tutto a posto fino al mio arrivo in stazione centrale: treni esauriti, arrivo a Genova alle 14:30 (sono già trascorse circa 9 ore di viaggio), colloquio previsto per le 17. Faccio tutto di corsa, mi accompagna Paolo in macchina.
La “chiacchierata conoscitiva” mi lascia addirittura una sensazione abbastanza positiva.
Passo le eliminatorie, quindi affronto un secondo colloquio direi psico-attitudinale; un documento excel diviso in vari fogli di lavoro si conclude con un link che manda ad una pagina esterna: il test sulla personalità, una di quelle cose all’americana in cui hai di fronte a te una serie di frasi (90, come la paura) da approvare o disapprovare. Tra l’altro ho appena provato a mandare avanti il test senza rispondere a niente ed è venuto fuori il profilo dell’avventuriero. Mah.
Comunque, il mio risultato mi dipingeva come “il protagonista“, non proprio il profilo giusto per chi ambisce (per modo di dire) a fare la segretaria.
Il colloquio si conclude quindi con il potenziale datore di lavoro che mi chiede: “ma tu che sei un’imprenditrice, non avresti problemi a non comandare?”. Risposta di rito.
Insomma, vado via quasi mettendoci una pietra sopra.
Ma i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo, quindi io ed altre candidate passiamo alla fase di prova. Non quindi una prova riservata ad un solo fortunato vincitore, ma a più persone che, prima una poi l’altra, hanno sperimentato – gratuitamente, non sto neanche a dirlo –  due giornate negli ambitissimi uffici che ci hanno preselezionato.
Le mie due giornate di prova si concludono (è già passato un mese dal primo colloquio, che era stato fatto urgentemente il 2 gennaio, in piene vacanze natalizie, quasi a far presupporre che entro una settimana la nuova segretaria avrebbe dovuto prendere servizio). Mi viene chiesto nuovamente come mi sento all’idea di non comandare sul posto di lavoro.
La procedura inizia a sembrarmi un po’ troppo esagerata e una parte di me vorrebbe boicottare i risultati delle elezioni, mentre l’altra ha bisogno di un lavoro; quindi non so bene come mi sento. Pero’ almeno, penso, è fatta, ora non dipende più da me.
E invece (bis)…
… un sabato pomeriggio ricevo un’email dal mio potenziale futuro capo, che chiede gli venga inviato in forma scritta un resoconto ponderato delle due giornate di prova, delle difficoltà incontrate, delle prospettive future etc. etc.
A questo punto penso solo una cosa: due coglioni!
La mia risposta del lunedì mattina effettivamente è un po’ da protagonista, in linea con il profilo del test d’ingresso, e il tizio non lo sentirò mai più, non ha mai risposto al mio “resoconto ponderato” e a quanto pare, a distanza di qualche giorno, ha ricominciato daccapo il processo di selezione, visto che ho ritrovato online lo stesso annuncio, ancor più pomposo della volta precedente.

Evidentemente, la gente ha tanto tempo da perdere.

macanudo
Macanudo, Liniers (La Nación, 12 giugno 2011)

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