Sardegna 2018 (post lungo)

Dopo una settimana in Polonia, abbiamo incominciato il nostro viaggio nell’isola, la prima volta con Paolo (la sua seconda volta in Sardegna). C’era da parte mia tutto il desiderio di trasmettergli qualcosa in più di me attraverso i miei luoghi, la voglia che si sentisse a casa, che si meravigliasse della bellezza, che si incuriosisse di questo popolo strano che tante volte lui prende affettuosamente in giro, tipo “braccia lunghe sguardo incazzato”. E poi ci sarebbe stato “s’incontru” con i miei genitori!
Siamo arrivati in nave da Genova a Porto Torres con il mare piatto e mio padre c’è venuto a prendere. Tappa obbligatoria: colazione a base di bomboloni alla pasticceria Tarragona.
Primo giorno al mare a Porto Ferro, uno dei miei posti magici, non fa mai troppo caldo, non ci sono mai troppe persone, ci siamo tuffati abbiamo riso camminato mangiato panini buoni dormicchiato e visto un tramonto meraviglioso perché a Porto Ferro il sole tramonta sul mare a mo’ di palla di fuoco, ancora meglio quando ci sono nuvole varie ed eventuali come quelle che abbiamo beccato noi. Paolo mi parla dei cieli ampi in Sardegna che in Liguria non si vedono mai. Osserva delle cose che io non noto mai.
Di sera, arrivati tardi, con quei tipici orari sardi che mi mancano sempre tanto, abbiamo mangiato gli avanzi – che non sono come gli avanzi di Genova = frigo vuoto con l’eco – e al momento di decidere se uscire eravamo troppo sfatti. Siamo rimasti un po’ in terrazzo, con il venticello e le chiacchiere, ero già felice così.
In Sardegna ci siamo imbattuti in un clima incerto acquazzoni inclusi, ma ad Alghero ne siamo usciti indenni.
L’indomani, dopo la mattinata passata a girovagare per il centro storico, siamo andati al Canal del homa molt, i miei scogli preferiti, la fortuna di essere ad agosto al mare in totale solitudine, senza case dietro, a sentire il rumore delle onde, cercare pesci sul fondale, non pensare a niente. Ci aspetta la cena coi parenti, anche questa in terrazzo, poi usciamo giusto per non sentirci anziani, ma potrei andare a letto anche subito e non mi mancherebbe niente, forse solo il fatto di non avere una casa tutta mia nell’isola.
Al risveglio è ferragosto, ma a Capo Caccia troviamo una quiete inaspettata; ci sistemiamo all’ombra degli arbusti di macchia mediterranea, andiamo in visita alla caletta più ambita del luogo, dove i presenti ci offrono un bicchiere di cannonau tenuto in fresco. Seguono numerosi bagnetti: ma quanto sto bene col mio fiorito qui in Sardegna? L’unica cosa che facciamo quando torniamo a casa è mangiare e preparare un paio di cose per la partenza dell’indomani: inizia la parte itinerante del viaggio sardo, tra costa ed entroterra.

Partiamo con la macchina carica di attrezzature da campeggio che non useremo o quasi, alla volta di Supramonte, Barbagia e Ogliastra. Questa volta non solo mare, anche io stranamente mi sento non solo marittima. Forse la voglia di far vedere a Paolo più sfaccettature possibili.
Passando per la Basilica di Saccargia, che non vedevo da tanti anni (l’avevo mai visitata dentro? non ricordo) l’idea era quella di visitare le sorgenti di Su Gologone e poi magari fare un’escursione in canoa lungo il Cedrino.
Mezz’ora prima dell’arrivo ad Oliena chiamo quindi Giancarlo (ex compagno di università a Parma, olianese, attualmente barcellonese); una mezza improvvisata. Volevo semplicemente dei consigli su dove pernottare e cosa visitare ma lui, con quel modo tipicamente sardo che anche quello mi manca un po’ “nooo, vieni che ho una casa in campagna, tanto la casa è lì”. Insomma con un preavviso ridicolo abbiamo guadagnato una casa in campagna a 5 minuti dal paese, nel mezzo del nulla del Supramonte e la fantastica compagnia di Giancarlo, campione di ospitalità.
Per arrivare sbagliamo strada e facciamo una viuzza campestre che sembra il far west, ci arrendiamo e accendiamo il navigatore. Paolo inizia a capire il problema della segnaletica stradale in Sardegna, ma in fondo ci piace questo genere di imprevisti.
Finalmente incontriamo Giancarlo che ci accompagna a casa ma poi ovviamente è d’obbligo su cumbidu, l’invito: “dai che ci prendiamo un caffè”.
Arriviamo al bar, frequentato al 100% da maschi, si presentano tutti uno ad uno, il caffè lo offrono loro. Parlano rigorosamente in sardo e fanno fatica a parlare in italiano quando si rivolgono a noi, pensare che sono nostri coetanei. Ma è proprio così che funziona, anche Giancarlo ci rivela la sua difficoltà “mi devo sforzare per parlarvi in italiano”. La Sardegna ti risucchia subito nei suoi codici, nelle sue lingue, nei suoi silenzi, negli spazi. Siamo forse in uno dei pezzi di isola che mantiene più intatte la sue radici arcaiche. Paolo riflette da subito su come la vita qui, forse in Sardegna in generale, abbia mantenuto qualcosa di antico e semplice.
Comunque, siccome il caffè l’hanno offerto gli amici, Giancarlo ancora non ha fatto il suo dovere di ospite e ci tiene incollati alla sedia del bar finché Paolo non beve un mirto. Sono le quattro del pomeriggio. I due iniziano a parlare della Catalogna, di politica; li osservo affascinata, hanno trovato un terreno comune, Paolo si è già invaghito di Giancarlo, dei suoi modi gentili, dell’accoglienza dimostrata.
Andiamo a vedere le sorgenti e ci informiamo sulle escursioni lungo il fiume, purtroppo arriviamo tardi per farla il giorno stesso, le canoe vengono noleggiate per quattro ore, quindi pensiamo se prenotarle per il giorno dopo (quattro ore? sono già titubante… finirà che niente Cedrino, rimandiamo alla bassa stagione: pigri!). Poi prima di cena decidiamo per incastrare una tappa ad Orgosolo.
Paolo impazzisce, un innamoramento fulmineo, non fa che ripetere: “che casino, tutte le case una sopra l’altra, ma nonostante questo un posto bellissimo.” Nota subito che l’impatto è intenso, intuisce che bisogna portare rispetto; anche se alcune strade sono deserte sembra di sentire comunque l’energia delle persone. Ormai Orgosolo è abituata al turismo dei murales, ma anni fa non lo era poi tanto e forse si respira ancora un po’ di quell’aria ostile. Ostile sarà la parola giusta?
Ai margini del paese il silenzio assoluto, il cielo si incupisce, i murales molti dei quali bellissimi assumono una luce ancora più densa. Entrando nel cuore di questo luogo magico capiamo di essere nel mezzo di una festa locale; non capiamo bene cosa stiano festeggiando, ma una sfilza di ragazzetti corrono in groppa agli asini per le stradine del centro storico, urla, casino che si aggiunge al casino, sembra di essere dentro un set cinematografico. Paolo compra un vassoio di sughero e una calamita ricordo, sempre più stregato.
Mi dice: “io non avevo capito niente della Sardegna”. Sorrido.
Ricordo, ad un certo punto del viaggio, di aver detto che in Sardegna le distanze, i silenzi e i vasti spazi inabitati fanno sì che tra un luogo popolato e l’altro ci sia tempo per pensare.

Giancarlo – che non è con noi perché un suo amico deve festeggiare la nascita del figlio, da tradurre in fiumi di birrette – ci manda a cenare in un posto più chic di quel che mi aspettavo, ma ottimo: nell’agriturismo Gutthiddai abbiamo mangiato tantissimo, seduti al fresco di un giardino splendido con i monti dietro e il cielo stellato sopra; conduzione familiare e una serie di antipasti ottimi, così come i primi e il porcetto (che ahimè Paolo dal delicato palato ligure non apprezza; gli ho chiesto che mi dia un’altra chance prima di emettere il verdetto definitivo “il porcetto non mi piace” ma pare non me la conceda.  Pugnalata dritta al cuore!). Se ricordo bene, abbiamo dovuto rinunciare al dolce per troppopieno.

L’indomani quindi anziché navigare lungo il fiume optiamo per andare al mare in Ogliastra. Facciamo un tentativo di richiesta informazioni per le crociere in partenza da Cala Gonone (troppo care, troppa paura della ressa) e quindi alla fine ci convince di più la giornata di mare a Cala Fuili – che poi andiamo un pochino prima di Cala Fuili.
Siamo molto rilassati, l’acqua ha una temperatura quasi tropicale, quindi possiamo fare bagni lunghissimi e avvistare una marea di pesci, compresi dei polpi, cosa che entusiasma tantissimo Paolo. Mi sento bene, tanto bene che mi fa anche un po’ paura perché immagino che a fine vacanze subirò un contraccolpo (e infatti fu così, nda).
Lasciato il mare ci aspetta il pezzo più bello dell’orientale sarda, la SS125, che da Cala Gonone ci porta fino a Baunei, dove vogliamo passare la notte. Pochissime macchine, come sempre. Il cielo si rannuvola, il paesaggio è splendido.
Andiamo a dormire al rifugio del Golgo, un posto dove il tempo si è fermato, tra olivastri e querce secolari, asinelli allo stato brado e nel mezzo dell’altopiano la chiesetta campestre di San Pietro, con la sua facciata bianca: uno scenario da film western.
Mentre in macchina raggiungiamo il rifugio il tramonto è il miglior benvenuto possibile.  Siamo contenti come bambini all’idea di dormire nel nostro bungalow spartano per 20 euro a testa, circondati da una bellezza altrettanto minimal. La pace che si respira mi commuove al ricordo. Vicino al rifugio c’è un ristorante tipico, consigliatomi da Michele* che in quanto ad affidabilità su luoghi autentici è una garanzia, ma stiamo talmente bene e siamo talmente pigri che optiamo per il ristorante del rifugio. A ben pensarci con il senno di poi avremmo dovuto seguire i consigli di Michele (il rifugio ha un menu lunghissimo – cosa che da un rifugio non ti aspetti – e la qualità dei piatti è abbastanza standard). Ma torneremo di sicuro!
In ogni caso, ci interessa soprattutto essere qui. Guardiamo le stelle – non potrebbe esserci luogo più indicato, vista l’assenza totale di civiltà nei dintorni – mentre Paolo fuma la sua sigaretta. Poi a letto, nei nostri letti a castello, ma prima stiamo un po’ in due in un letto minuscolo, abbracciati e sorridenti. Mi cospargo di Vape e penso che abbiamo anche la colazione inclusa, ragione in più per dormire di lusso.

Mi piace questa vacanza senza troppi orari e totalmente improvvisata. Dopo la colazione decidiamo scendere ancora lungo la SS125, che a questo punto inizia a diventare piatta in direzione mare, e  fare tappa ad Arbatax per chiedere informazioni sul trenino verde, ma tra andata e ritorno, sulla linea per Gairo, ci sono troppe ore di attesa e ci propongono delle escursioni abbastanza care che non capiamo se siano realmente interessanti. Quindi scendiamo ancora e arriviamo al mio campeggio preferito, il Camping La Pineta di Bari Sardo.
Devo dire, per amor di onestà, che i gestori non brillano particolarmente per simpatia. Ma il campeggio è piccolo, silenzioso e pulito; lo attraversi e ti trovi nello spiaggione di Bari Sardo, selvaggio, ventilato, acqua limpida, poca gente. Danno pioggia, quindi decidiamo di non montare la tenda fino all’ultimo, anche perché mi sono resa conto di aver dimenticato ad Alghero il telone di copertura e quindi rischiamo di passare una notte con la tenda inzuppata.
Andiamo in spiaggia sperando di goderci almeno un tuffo prima che inizi a piovere, invece non piove, l’acqua consente anche oggi di fare bagni lunghissimi, giochiamo come adolescenti. Paolo vorrebbe scrivere (ha iniziato a fare il suo diario di viaggio), allora gli indico il bar in legno sulla spiaggia, dove vorrei cenare perché mi ricordo che fanno pesce. Si chiama Ciringhito, scritto così come si pronuncia; io continuo a starmene spalmata al sole, tra un bagnetto e l’altro, poi raggiungo Paolo e mangio con il suo aiuto una fetta gigante di anguria fresca. Guardiamo il menu per la serata e ci convinciamo che sia il posto giusto per noi: pesce fresco, prezzi onesti, vista mare.
La cena, tanto per cambiare, ci entusiasma. Siamo così contenti che non vediamo l’ora di aggiungere dettagli di contentezza alle nostre giornate, dettagli come gli spaghetti con i ricci e le orate alla brace.
Purtroppo l’idillio sta per essere interrotto dall’arrivo della pioggia, che alla fine forse sarebbe stato meglio iniziasse nel pomeriggio per finire la sera e invece si preannuncia durare per tutta la notte.
Montaggio della tenda abbandonato, ci rifugiamo sotto il tetto del bar del campeggio, con altri disperati come noi. Si affaccia sempre più probabile l’opzione di dormire in macchina (pur avendo pagato il campeggio, tra l’altro). Tuoni fulmini e saette, la pioggia è forte e io ho un momento di down; Paolo invece sembra quasi contento dell’avventura.
La notte in macchina alla fine scorre veloce e riusciamo pure a dormire decentemente.

Prima di dirigerci alla volta di Cagliari, voglio fare un salto alla spiaggia di Coccorrocci, con tappa al Bar Baccu & Praidas per assaggiare  sa coccoi prena, una focaccia tipica dell’Ogliastra, ripiena di formaggio e patate, che però deve ancora arrivare (e con i rilassati orari sardi ci mette circa un’ora ad arrivare, ma noi non abbiamo fretta e nell’attesa ci godiamo l’arietta fresca e la vista sul mare).
Abbiamo capito che il clima quest’estate è poco stabile, quindi Cagliari ci sembra il giusto compromesso: teniamo aperta l’opzione mare ma possiamo pure vedere la città.
Prenotazione volante su Airbnb: camera appena fuori dal centro (ma raggiungibile sia a piedi che in bus) con un super terrazzo vista mare nell’area comune  – e colazione abbondante rigorosamente all’aperto: due fattori che già da soli per me bastano a convincermi. Riusciamo anche a fare una lavatrice!
Dopo la notte in macchina, questa stanza curata nei dettagli con letto comodo e bagno privato ci sembra una reggia; abbiamo prenotato due notti e quindi siamo pronti a rilassarci a dovere.
Visti i chilometri percorsi in macchina usciamo a piedi nel pomeriggio; il clima non è torrido e ogni tanto si annuvola a vantaggio della nostra passeggiata; faccio fare a Paolo un tour accelerato del centro: prima saliamo al Bastione, poi andiamo al Corso e facciamo due passi per le stradine fino alla chiesa di Sant’Efisio, infine ci sediamo a prendere un aperitivo  in una piazzetta del quartiere Marina. Alla Marina rimaniamo anche per cena, 20 euro a testa per mangiare pesce, in uno di quei posti popolari con i tavolini fuori, per la precisione “Il Corallo”, dove ero già stata tempo fa col mio amico Giulio. Osserviamo la gente che passa, io osservo soprattutto Paolo, mentre penso che vorrei rimanere in questa dimensione incantata per sempre.

Il giorno dopo andiamo al mare; ci serve una cosa semplice, giusto un paio d’ore, quindi direzione Nora. Giochiamo un po’ a racchettoni, facciamo qualche tuffo e ci spostiamo a Pula per un panino.
La tappa successiva, dopo pranzo, è San Sperate: vogliamo visitare il giardino sonoro di Pinuccio Sciola, che io non ho mai visto e di cui Paolo ha sentito parlare da Teo, che di Pinuccio era amico.

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Quando arriviamo nel tardo pomeriggio il tempo inizia a guastarsi, si preannuncia un altro temporale. Paolo osserva che il giardino-museo sembra un cimitero, a me fa pensare ad un campo di menhir.
L’aria è impregnata dalle vibrazioni delle pietre e una ragazza ci fa vedere come suonarle le sculture, accarezzandole, e ascoltarle, posandoci sopra l’orecchio. Inizia a piovere forte, poi smette e usciamo nuovamente all’aperto: faccio qualche fotografia a Paolo mentre tocca le opere, lo trovo bellissimo.
Dopo l’acquisto di libri e cartoline, facciamo un giro per il paese e ci succede la cosa più stramba della vacanza. Mentre girovaghiamo cercando murales, approdiamo alla via in cui è nato Sciola e si avvicina a Paolo un signore in macchina; sento che gli chiede – il signore a Paolo: “Ci conosciamo?”.
Io rimango un po’ sulle retrovie, dubbiosa, poi capisco che il tizio in questione è il fratello di Pinuccio, Antonio (?), il quale ha “ristrutturato” la casa natale con un paio di opere del fratello buttate lì; opere in mezzo alle quali spicca un primo piano di Antonio vestito da militare.
Ci parla di Pinuccio ma anche un po’ di sé e capiamo che in qualche modo forse Antonio vuole partecipare alla fama del fratello e anche rivendicare la sua storia personale. Io, comunque, ho voglia di divincolarmi e rimango sempre un po’ in disparte, fino a che Antonio non ci fa sentire il suono della sirena antiaerea direttamente da quello che pare sia stato un rifugio – ma che somiglia più ad un pollaio. Forse è il momento di trovare una scusa, cosa che Paolo è troppo educato per fare, mentre io inizio a collezionare una sfilza di “va bene Antonio, grazie di tutto noi andiamo” fino a che raggiungiamo l’obiettivo e ce la filiamo. Ci resta solo da mangiare un paio di pardulas (dolci del sud Sardegna con una sfoglia ripiena di ricotta e aromi, simili alle formaggelle o ricottelle che si trovano più a nord) in una pasticceria lungo la nostra strada verso la macchina e ripartiamo per Cagliari.
Altra cena alla Marina, questa volta nella trattoria Ci pensa Cannas, che io avevo già provato tempo fa con entusiasmo. Il signor Cannas, ometto dal forte accento cagliaritano e dai modi rustici, ha solo tre tavolini fuori quindi ci mette dentro, ma vale la pena. Anche qui per 20 euro a testa mangiamo due ottimi primi – spaghetti alle vongole e spaghetti alla tarantina – e una quantità infinita di ottime cozze.

La mattina dopo vediamo le Saline Conti Vecchi, sito FAI, che ci piacciono molto per la perfetta sinergia tra uomo e natura: la convivenza è possibile e questo luogo lo dimostra.
Dopo le saline pranziamo con Luca, amico ed ex compagno di architettura di Paolo in un posto tremendo al Corso.  Facciamo giusto in tempo a salire in macchina prima che inizi il diluvio: che fare?
Optiamo per Mogoro, dove è in corso la Fiera dell’Artigianato, sulla SS131 in direzione della nostra risalita Quindi puntiamo a nord, provincia di Oristano. Il clima guida le nostre scelte, dopo la Fiera si vedrà.

La fiera la troviamo allagata, ma guadagniamo un ingresso gratis in attesa che la situazione si ripristini.
Nel frattempo, tanto per cambiare, andiamo in cerca di dolci sardi per fare merenda, mentre camminiamo sotto la pioggia in un paese deserto.
Dalla fiera usciamo senza acquistare nulla, ma quei cuscini e quei tappeti quanto li vorrei…

Si pone ora ancora una volta il dilemma: dove andare?
Provo a chiamare Antonello Porcu dell’agriturismo Sas Abbilas a Bonorva, per passare una notte campestre con mangiata annessa, ma la struttura è piena (ci torneremo, magari in versione invernale a strafogarci).
Alla fine prevale il buon senso (anche se con poca voglia di tornare alla realtà familiare): notte ad Alghero per poi passare due giorni a Bosa da *Michele.
Quindi ad Alghero ci liberiamo di un po’ di peso extra – vedi tenda inutilizzabile, ceniamo con gli avanzi materni (non mi stancherò mai di sospirare quando penso alla nostalgia di pasti già pronti e frigoriferi pieni), andiamo a dormire.

Clima ancora incerto, non vedo l’ora di mostrare a Paolo la litoranea che collega Alghero e Bosa. Ancora totalmente vergine, con panorami mozzafiato sul mare e la macchia mediterranea tutta aggrappata intorno, le macchine contate sulle dita di una mano, pochissime costruzioni solo all’uscita di Alghero e poi niente più case; sento che questa strada mi appartiene e sono felice di condividerla.
A Bosa ci attende e ci ospita Michi, che da un paio d’anni gestisce un affittacamere nel centro storico. Michi, oltre ad essere uno che tutto quello che tocca trasforma in oro (da sarto a cuoco ad arredatore di interni) è un’altra di quelle persone accoglienti che ti fanno sentire voluto bene.
Ci porta nei posti a lui cari e ci fa da mangiare, ci racconta la sua vita ed è curioso della nostra, insomma ci sentiamo a casa!
Due cose degne di nota:
1 – Alduccio
2 – i Culurgiones fatti da Giorgio, che da quando l’ho provato è diventato il mio spacciatore di pasta ripiena.

Alduccio è un ristorante itinerante, un camioncino dove per pochi euro uno chef esperto fa piatti semplici, belli e gustosissimi. Tavolini tutti diversi sistemati nella piazzetta, il fiume Temo di fronte, Michele ovviamente lo conosce bene.
Paolo, tanto per iniziare, inizia ad infatuarsi appena sente che il jukebox (esatto, in uno spiazzo che sembra più un parcheggio, Alduccio ha messo un jukebox!!!) suona il suo amatissimo Sergio Caputo.
Cadiamo perdutamente innamorati dopo aver mangiato (ad esempio le sardine arrosto con verdure grigliate e la ricotta fresca di non so dove).

Ma Michele, oltre ad accompagnarci nei posti giusti, ci fa anche da mangiare! Gli spazi che lui abita sono sempre caldi e accoglienti, non so come faccia ma basta un dettaglio inserito da lui e i luoghi diventano familiari, si percepisce la cura che mette nei dettagli, come la brocca dell’acqua coperta con un centrino fatto a mano, o i cesti sardi appesi alle pareti. Ci prepara i culurgiones fatti da Giorgio, ci stappa del vino rosso, li condisce con olio a crudo e pecorino stagionato a scaglie. Noi, impazziti, non ce lo diciamo ma vogliamo rimanere a vivere con Michele (che pero’ ahimè sta per lasciare la gestione dell’affittacamere).
Infatti ci tratteniamo una notte in più e l’indomani ce ne andiamo anche al mare a Cane Malu, per dire.
Cerchiamo di schivare la pioggia e a tratti ci riusciamo; secondo me (per me inaspettatamente) ci piace anche un po’ questo clima estivo insolito che lascia spazio ad altre cose, ad una Sardegna alternativa non-solo-mare.

Bosa

Il tramonto lungofiume a Bosa è romantico, i viaggi – se trovi la giusta sintonia – aiutano ad innamorarsi di più ed io mi sento come una ragazzetta scema.

Quando torniamo ad Alghero inizio a sentire odore di fine vacanza e non mi piace. Sulla nave di rientro ho una crisi di tristezza infinita; a Genova mi aspetta l’ignoto e ogni volta che vado via dall’isola mi sembra di aver perso un pezzo in più. Amici che vedo poco, genitori che vedo ancor meno, cose non ho fatto o che non faccio più, cose che non ho detto.
Il cibo, l’aria buona, il vento, il silenzio, la luca, la natura a perdita d’occhio, la sensazione che questa non sia più casa mia… eppure sono le mie radici profonde e a volte fanno venire il magone, anche adesso che scrivo.

Ascolto Giommaria Testa, Da questa parte del mare, e vorrei ancora essere ancora dall’altra parte, almeno qualche giorno, magari in barca sospinti dal mastraletto, per far finta che si possa vivere di fichi e Sardegna, come quando siamo andati da zio Gino a mangiare la frutta direttamente dagli alberi e mi sono ritrovata a pensare “ci vuole un’altra vita” (cit.)

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