Su Venezia, l’acqua alta e Tintoretto

E i bacari, i pranzi al sole e l’hotel senza acqua calda…

Incerti fino all’ultimo se andare o non andare, un po’ per via delle previsioni meteo, un po’ a causa della mia cistite in fase di guarigione, con i soliti due giorni di anticipo prenotiamo l’Hotel Piave a Mestre per tre notti (per poi scoprire che avremmo avuto ospitalità  gratuita in centro a Venezia…), un treno regionale con mille cambi e ci apprestiamo a passare il ponte dei morti a Venezia. Mia seconda volta in assoluto, ma la prima si è svolta durante i miei studi universitari, tra il 1999 e il 2001 direi, con mio padre e mia sorella, in giornata, durante il carnevale. Quindi con buona approssimazione posso dire che si è trattato della mia vera e propria prima volta a Venezia.
Compriamo degli stivali di gomma (i miei in particolare esteticamente orribili e inutili visto che l’altezza a mezzo polpaccio si è rivelata insufficiente per fronteggiare l’acqua alta)  e anche in questo caso poi scopro che sarebbe bastato acquistare – come ho fatto – i soprascarpa che si trovano per 10 euro in qualunque negozio di souvenir del centro: risparmio di spazio in valigia, risparmio di spazio nello zaino quando giri per il centro e risparmio di soldi spesi per degli stivali cinesi che non metterò mai più in vita mia neanche sotto tortura.

La mattina della partenza (alle 6 del mattino più o meno) a Genova diluvia, ma incredibilmente i due cambi treno con soli 7 minuti di stacco tra uno e l’altro vanno lisci! Arriviamo a Venezia prima dell’ora di pranzo, scendiamo a Mestre, andiamo al Piave (minimal e un po’ retro’ in pieno stile poveracci come noi), infiliamo gli stivali nello zaino e riprendiamo il trenino per Venezia.
Danno il picco di acqua alta per le due del pomeriggio circa, ma prima di godercela per bene, andiamo in cerca di un posto dove pranzare, seguendo i consigli di Cristina. Mangiamo vari cicchetti all’Osteria do Colonne, Sestiere Cannaregio: posto autentico dove il baccalà la fa da padrone; ci prendiamo pure due ombre di vino rosso – come si dice qui – e ci riteniamo soddisfatti. Abbastanza vicino si trova pure la Pasticceria Nobile, dove proviamo uno dei dolci tipici locali, gli zaeti, che poi sono un mattonazzo cucinato con farina di polenta e uvetta.
Noi, parlando di dolci, agli zaeti preferiamo le fornarine, brioche fatte con mandorle e cioccolato, ma ancor di più la fugassa, sia per nostalgica analogia con la focaccia di Genova (nella parola ma non nel gusto) sia per la bontà semplice di questo oggetto del desidero: si tratta di un panettone molto soffice e non farcito, di quelle cose che a colazione te ne mangeresti chili e chili.
L’abbiamo presa nella fantastica Pasticceria Colussi (vedi foto fugassa nel link della pasticceria), Sestiere Dorsoduro, e in realtà pare che tradizionalmente sia un dolce pasquale. La pasticceria si trovava sul percorso del Guggenheim, del quale forse più della collezione permanente abbiamo apprezzato la mostra su Osvaldo Licini, artista che io non conoscevo. Ho scoperto in questi mesi che preferisco le esposizioni monografiche, andare in una chiesa per vedere un solo dipinto, concentrarmi su un autore; ho scoperto che questa cosa accomuna me e Paolo, al quale devo la maggior parte del merito di questa ricerca artistica nei luoghi che visitiamo.
Io invece sono quella sempre alla ricerca di posti dove mangiare o piazze in cui spalmarsi al sole per i momenti di relax. Ho notato ad esempio che a Venezia fanno dei tramezzini ciccioni buonissimi, tipo questi, con mille ripieni diversi (grazie a Martina che non conosco e dal cui blog ho rubato il link!).
Annovero invece come miglior pranzo di questo mini viaggio quello gustato all’Osteria alla Bifora, seduti fuori al sole in Campo Santa Margherita, incredibilmente in maglietta a maniche corte a novembre! Abbiamo preso un tagliere misto con cose varie, tra cui l’immancabile baccalà fatto in diversi modi e le altrettanto tipiche sarde in saor, e poi prolungamento della goduria, seduti su una panchina come lucertole.

Lasciando perdere per un attimo dolciumi e dintorni e tornando al primo giorno, dopo pranzo andiamo verso San Marco, mentre nel frattempo l’acqua ci arriva sotto le ginocchia.
Mai avrei immaginato uno scenario così! Indimenticabile, onirico, surreale, una vista unica del cuore di Venezia. Sorridiamo come bambini scemi mentre camminiamo immersi nell’acqua piovana e ci sentiamo fortunati per questo spettacolo. Tra l’altro, a proposito di fortunata, non piove neppure!

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Quindi il primo giorno abbiamo girovagato alla grande, cercando di capire cosa fare nei giorni successivi anche in base al clima. In piazza San Marco Paolo mi fa vedere il Negozio Olivetti, sito FAI, progettato da Scarpa, che non abbiamo visto (io, lui l’ha visto varie volte) e rimanendo in tema Carlo Scarpa, anche l’ingresso della Fondazione Querini Stampalia, ma anche lì non siamo entrati; insomma a Venezia, considerata la mole di cose da vedere, dobbiamo tornare. Pure la Fondazione Vedova non era aperta, neanche a farlo apposta per via di una mostra su Renzo Piano!
Torneremo presto, magari questa volta ospiti, anche perché  una delle cose che io personalmente volevo fortemente visitare a Venezia e non ho potuto per via dell’acqua alta era l’archivio delle foto di Paolo Monti, alla Casa dei Tre Oci, un fotografo che ho scoperto per caso non ricordo neanche più come e famoso per le sue foto di architettura.

La sera, dopo un aperitivo al Sacro e Profano (sempre cicchetti, che meravigliosa invenzione) con Marco – marito di quella Cristina che ci ha dato consigli su dove mangiare – e una cena-abbuffata-etnica all’Orient Experience,  torniamo all’Hotel Piave e scopriamo che l’acqua è tiepida e che durante il nostro soggiorno non rimedieranno mai al problema, una pallina in meno di recensione, compensata solo dalla gentilezza e disponibilità dello staff.

In questo viaggio che si rivelerà abbastanza  un Tintoretto Tour (un po’ come Roma è stata il Caravaggio-Bernini-Borromini Tour, ma ancora su questo non ho scritto nessun post, e sono passati solo 9 mesi), siamo capitati a Venezia giusto per la mostra sui 500 anni dalla nascita del pittore. A Palazzo Ducale, dove già il giorno prima avevamo rimandato per estrema lunghezza della coda, ci ritroviamo con lo stesso problema. Andiamo a chiedere informazioni all’ingresso e dopo vari consigli, stiamo per andare via sconsolati quando l’omaccione della sicurezza ci dice che la coda per il Tintoretto era quella piccola (quindi 5 minuti di attesa), mentre la fila infinita era per il Palazzo Ducale!!! Contentissimi, ci spariamo ore di mostra, durante la quale capisco che Tintoretto era un grandissimo paraculo, che Tiziano l’aveva cacciato dalla sua bottega per via del suo caratteraccio (ma quale di questi artisti non lo avrà avuto?), che sua figlia illegittima, Marietta, era una pittrice di grande talento e che non aveva rivali in quanto a velocità di esecuzione delle opere, sbaragliando di conseguenza la concorrenza. Un uomo di marketing insomma!
Il tour pittorico ci vede anche nella immensa Scuola Grande di San Rocco, dove il Tintoretto dipinse un meraviglioso ciclo pittorico suddiviso in varie sale e tra cui risalta la Crocifissione. Anche qui ore e ore, una scorpacciata tintorettiana, per 10 euro di visita che inizialmente, ignari del tesoro custodito in questo museo, ci avevano scoraggiato.

Ma di dipinti a Venezia non se ne vedono mai abbastanza, quindi ad esempio ci siamo rifatti gli occhi con la meravigliosa Madonna del Bellini nella Basilica dei Frari (che Paolo già conosceva), dove era presente anche un Tiziano, ancora Tiziano nella sacrestia della Basilica di Santa Maria della Salute (che incanto quelle tre tele sul soffitto!) – ma anche ancora Tintoretto, onnipresente – un bellissimo Carpaccio nella Chiesa di San Vidal, ora adibita a concerti, ancora una pala del Bellini (stupenda!) nella Chiesa di San Zaccaria .
Ci siamo invece riportati a casa l’elenco di tutti quei dipinti che non abbiamo visto per mancanza di tempo, chiese chiuse, stanchezza e voglia anche ogni tanto di non fare nulla!

Ho ripreso in mano oggi questo post da concludere, che ora concludo e che come tutti i miei pochi post di questo blog che non conosce nessuno si è rivelato un parto. Quindi salto molte cose, evito l’effetto lista, prendo un ultimo appunto scritto a penna sul mio diario di viaggio cartaceo e lo faccio diventare il finale di questo racconto.
Durante una delle serate passate a Venezia, in attesa di andare a cena, per caso ci imbattiamo in Calle Galiazzo: ci accomodiamo su una panchina che pare messa lì apposta per noi, di fronte all’hotel “Ai Reali”, e scrocchiamo un pezzo di pianobar. Il pianista suona Estate, ogni tanto passa una gondola, è il momento più romantico di tutta la vacanza (anche se Paolo si soffia continuamente il naso).

 

 

 

 

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