Lione

2019: un anno di ponti e super ponti, ma sempre caratterizzato da mediocri finanze, quindi come sfruttare al meglio tutti questi giorni di vacanza?
Alla fine chiedo  solo un giorno di ferie per fare il ponte dal 25 al 28 aprile e valutiamo due opzioni principali: Vicenza e il giro delle ville palladiane o Lione e dintorni.

Alla fine, a parte la scelta francese, devo dire che questi circa 20 giorni alternati tra lavoro e non lavoro sono stati una boccata d’aria fresca e abbiamo fatto tante cose anche nei dintorni. Ad esempio, giretto a Pasqua nei borghi liguri di ponente (Laigueglia e Cervo), una giornata senza pretese l’ho definita io. Oppure Pasquetta insieme ad Andrea, un trio alla conquista di San Fruttuoso, partenza a piedi da S.Rocco e mia ansietta relativa ai pezzi di percorso con catene, ma ho superato la prova abbastanza brillantemente e con tre giorni di acido lattico a seguire.
Il giro vicentino mi attirava tanto, poi non ho mai visto niente di Palladio, che con un fidanzato architetto mi pare abbastanza una lacuna da colmare, ma estero batte Italia nella percezione del “stiamo per fare un viaggio”
Quindi Francia sia! Affittiamo una macchina (io sarei andata in pandino, ma Paolo vuole “la sicurezza” e siccome siamo sfigati ci affibbiano una Skoda Fabia, macchina tra le più brutte in circolazione e pure di un color blu notte proprio insignificante), circa 60 euro per quattro giorni. Vero è che poi ci hanno addebitato per sbaglio 260 euro di danni mai fatti, ma vabeh, abbiamo risolto, sopravvoliamo (consiglio: sempre fare foto e video della macchina al ritiro e tenere con se il contratto anche dopo la riconsegna).

Io e Paolo stiamo battendo i nostri record di giornate senza litigi, mi chiedo ogni giorno se sia una reale svolta o solo una tregua, ma poi smetto di pensarci e me la godo. Quindi ripongo nella mini vacanza la quasi certezza che sarà un momento davvero rigenerante e non mi sbaglio. Neanche il clima altalenante ci intacca.
Partiamo il 25 aprile, volabus da Principe all’aeroporto, con biglietto prenotato online per risparmiare 1 euro, unica volta in cui prenoto un biglietto del bus online, salvo poi scoprire che dal crollo del ponte il comune ha istituito una linea gratuita di autobus, ma la comunicazione in questa città è una disciplina esotica. Ritiriamo la skoda e partiamo, felici, Radio3 accesa, ad ascoltare racconti di liberazione e mi piace da morire il fatto che piaccia ad entrambi il viaggio, il tragitto, l’andare verso, i rituali come i nostri programmi radio preferiti, le soste, i grattini fatti al collo del guidatore (sempre e solo Paolo) per sentirlo miagolare e ronfare.

Appena si varca il confine con la Francia (Frejus – mi raccomando prendete sempre il biglietto di andata e ritorno, non come abbiamo fatto noi polli spendendo 30 euro in più del necessario…) si respira subito cambiamento e civiltà, brutto ammetterlo ma vero. Arriviamo a Lione perdendoci mille volte perché in due con tre telefoni vecchi non ne facciamo mezzo, a chi non va internet all’estero, a chi non va maps, con un po’ di intuito giungiamo al luogo che il nostro host Egor ci ha consigliato per parcheggiare gratuitamente la macchina. A 4 km dal pieno centro, distanza ragionevole e raggiungibile velocemente con il bus, entriamo in rue Lieutenant Colonel Girard, dove effettivamente ci sono vari parcheggi liberi, ne occupiamo uno e ci rendiamo conto che due spiazzi più avanti c’è una macchina totalmente bruciata. Risuona nelle nostre orecchie la domanda del tizio de La Maggiore che ci chiede: – “volete fare la Casco?”- “Noooo, figuriamoci!”.
Lasciamo la Fabia con la speranza di trovarla integra fra tre giorni e cerchiamo il bus. Quella tecnologica sono io, quindi avvio Citymapper e appena arriva il 60 ci saliamo su, preceduti da una coppia che chiede informazioni al conducente. L’autobus non accenna a muoversi, l’autista solleva la cornetta del telefono fisso (?) di cui il mezzo è dotato e presumiamo per rispondere alla richiesta dei passeggeri fa una telefonata. Nessun altro passeggero che si lamenti, neanche un “beeeeliiin ripartiiiii!” e noi da italiani medi e ormai assuefatti alla scortesia e al disservizio ci guardiamo abbastanza basiti.

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La nostra casa è davvero in pieno centro storico, una casa molto figa ma forse anche troppo visto che Egor ci fa togliere le scarpe, dopo le 22 raccomanda silenzio e ci fa posare le valigie sopra un tappeto apposito per via del parquet antico e costosissimo. Insomma sentiamo una parvenza di bastone in culo ed evitiamo anche di impegnarci in performance di sesso sfrenato per via del fatto che la nostra stanza è adiacente a quella del padrone di casa, anche se poi scopriamo che quella era solo un’anticamera alla sua ben più distante camera.
Ci sistemiamo velocemente ed usciamo per un pomeriggio all’insegna del bighellonare senza meta, cosa che si addice sempre molto alla prima giornata in un luogo sconosciuto. Il clima promette pioggia e noi per ora abbiamo in testa solo una cosa:  siamo nella capitale gastronomica della Francia, patria dei Bouchon, che in italiano tradurrei con trattorie; nella mia ricerca da internauta sono casualmente finita su un bouchon che mi sembra proprio ruspante: Chez Hugon. Quindi nel nostro giro di perlustrazione lionesca, proviamo a prenotare la cena ma la proprietaria ci rimbalza all’indomani. E l’indomani, quando arriva, ci conferma l’autenticità del luogo. Chez Hugon è il regno di Arlette (leggendo a posteriori le notizie online non capisco se sia la moglie o la figlia  di Ugone, che forse è  morto? E’ in cucina? Chi lo sa, non l’abbiamo visto), autrice di un libro di ricette in vendita nel locale.
Da Hugon mangiamo cose tipiche di cui ormai non ricordo il nome, un sacco di carne, tutto buono e iper calorico. Ma la cosa più bella della serata, nel clima totalmente informale, è stato il concerto di una coppia attempata di cantori, direi oltre i 70 anni, lui capelli lunghi tutto vestito di nero, chitarra principale, lei caschetto rosso magrissima chitarra d’accompagnamento e voce. Interpretano un repertorio di canzoni francesi sicuramente popolari perché le varie tavolate presenti, tutte appiccicate in uno spazio intimo e accogliente, si uniscono cantando a squarciagola. La serata diventa subito magica e familiare, e mi sento sempre un po’ fiera di trovare posti così, quando li trovo.
Torniamo a casa contenti, come gli anziani che vanno a cena in un posto gestito da anziani, poi due passi in centro e dritti a dormire con in testa i giri da fare il giorno dopo.

Non ricordo già più la successione delle cose fatte e per tanti motivi oggi, mentre riprendo in mano questo post come al solito lasciato a metà, mi sembra siano passati mesi e mesi.
Quindi metto insieme gli eventi in ordine sparso, ripromettendomi anche a questo giro che la prossima volta sarò puntuale e tempestiva nella scrittura dei miei resoconti, che poi alla fine, in questo mio blog quasi esclusivamente personale, servono sostanzialmente a me come diario pseudo-segreto, per sorridere rileggendolo magari a distanza di anni, con quella punta di nostalgia che non guasta.

Per dare una panoramica, il centro di Lione si compone di vari quartieri.
La Presqu’ile, collocata tra i due fiumi, dove si trovava casa nostra,  più moderna e hipstereggiante.
La Vieux Lyon patrimonio Unesco, aldilà della Saona, dove abbiamo visitato alcuni dei traboules, tipici passaggi sotterranei di Lione che collegano una strada all’altra attraverso le corti private degli edifici.
La Fourvière, una delle due colline della città, alla quale si arriva proprio dalla vecchia Lione, dove più che visitare la Basilica (l’abbiamo visitata ma abbiamo anche iniziato a fare uno di quei discorsi tipici degli italiani all’estero: “certo che rispetto alle chiese italiane… e poi non ci sono dipinti!”) ci siamo goduti un po’ di panorama della città dall’alto.
La Croix Rousse, la seconda collina, il quartiere dei canuts, i tessitori di seta, caratterizzata dalla presenza di vari murales, sia nuovi sia storici, come il famoso Mur des Canuts.
Una delle sue vie più caratteristiche è la Montée de la Grande-Côte, una strada medievale tutta in salita, abitata appunto un tempo dagli operai della seta, dove si alternano atelier, ristorantini e negozi vintage, tra cui uno in cui ci siamo riparati da un quarto d’ora d’acquazzone e abbiamo comprato una nuova tazzina verde acqua, per il progetto “avere tutte le tazzine da caffè una diversa dall’altra”.
In questo quartiere si possono trovare altre sorprese sotterranee, come la Cour des Voraces (14 di Montée Saint-Sebastien), con una bellissima scalinata a sette piani, edificio occupato per lungo tempo proprio dagli atelier dei canuts.

 

Continuando la carrellata random, il quartiere più recente di Lione, la Confluence,  è stata d’obbligo per una coppia di turisti di cui uno architetto, il quale poi ha passato il tempo a dire quanto fossero brutti gli edifici.
Ma aldilà della bruttezza di cose come il Cubo Verde, la Confluence, dove il Rodano e la Saona si incontrano, è il posto dove se vivessi a Lione andrei sempre a camminare. Tra le tante costruzioni stilosissime e pacchiane, da salvare ai miei occhi però c’è sicuramente la Sucrière, ex zuccherificio riconvertito in spazio espositivo dedicato all’arte contemporanea, visto solo da fuori.
La passeggiata lungofiume si conclude con le Musée des Confluences, il museo di storia naturale dall’aspetto zoomorfo di metallo e vetro, costruito certamente con lo scopo di stupire chi lo guarda, del quale abbiamo visitato solo il bookshop e fatto il nostro acquisto di rito: il magnete (raffigurante un dinosauro stilizzato). Inutile dire che questo appariscente mostro luccicante non incontra i gusti del mio architetto razionalista.

Ciò che sicuramente ha incontrato i suoi gusti invece, e tantissimo anche i miei, è  stato il museo urbano Tony Garnier, di cui ovviamente ignoravo l’esistenza.
Nel quartiere periferico EtatsUnis si passeggia tra le abitazioni popolari costruite tra il 1919 e il 1935 dall’architetto lionese Tony Garnier. Qui alla fine degli anni 80, le facciate cieche delle abitazioni sono state decorate con affreschi che riproducono le assi della città ideale di Tony Garnier – la cité industrielle, un meraviglioso e visionario museo a cielo aperto.
Abbiamo gironzolato e fotografato questo angolo non turistico della città e ancora se ci immagino lì sto bene, all’idea che ci fossimo solo noi, pronti a scoprire e meravigliarci, senza sentirci parte di una massa informe e vociante di visitatori.
Per coronare questo momento più autentico di tanti altri, abbiamo fatto una seconda colazione in una pasticcerie di quelle di periferia, spoglie, economiche, con una proprietaria cicciotta e simpatica. Abbiamo poi ripreso il bus per vedere Les Abattoirs de la Muche, ex mattatoi (sempre disegnati da Tony, vedi foto) ora sede di concerti, infatti c’era un concerto e non siamo potuti entrare.


Tralasciando tanti racconti che mi sembra giusto restino nella sfera dei ricordi sfumati, il fine ultimo della nostra mini vacanza era quello di aggiungere un’altra tappa al nostro tour corbuseriano, visto che a 30 km da Lione si trova La Tourette, convento progettato appunto dal nostro amato Le Corbusier (dico nostro ma io, prima di incontrare Paolo, lo conoscevo solo di fama).
Infatti, un anno fa abbiamo visitato LUnité d’Habitation a Marsiglia (ma non mi sono mai decisa a scrivere un post, peraltro su una città che amo particolarmente) da prenotare qui.
Mentre il mese scorso abbiamo visto Le Cabanon a Roquebrune Cap-Martin, da prenotare qui (visite guidate in inglese o francese, ma da prenotare con un discreto anticipo, visto che il posto è piccolo e si entra in pochi, anche se noi abbiamo avuto una botta di fortuna a trovare due posti liberi nonostante i pochi giorni di preavviso).

Alla faccia dei flashback e dei flashforward!
Ma tornando a noi, la seconda tappa di questo tour si trova proprio nei pressi di Lione, e quel che la differenzia dalle altre due consiste nella possibilità di passare la notte nella struttura, dormire all’interno di un’opera d’arte, cenare con gli altri ospiti mescolati ai frati, visitare liberamente gli spazi, farsi avvolgere dai colori e dalle luci morbide del convento al tramonto, immergersi e risvegliarsi nella pace di questo luogo magico.

Convento ancora in funzione, dalle forme e dai materiali sicuramente insoliti per un edificio religioso, l’esperienza della Tourette  per me che sono atea è stata quasi mistica.
Per prenotare la notte, ognuno nella propria cella e nel rispetto del silenzio, bisogna scrivere un’email almeno due settimane prima; il prezzo è di 54 euro cena e colazione incluse e sii consiglia di arrivare entro le 17:30 – ma io direi anche entro le 17.
Infatti la cripta – una delle parti più belle dell’edificio – è visitabile fino alle 18, visto che le chiavi per la cripta vengono consegnate nella reception (che poi è anche il bookshop), la quale chiude appunto alle 18 ed è aperta solo nel pomeriggio.
Ovviamente alla Tourette abbiamo incontrato altri architetti in pellegrinaggio: alcuni toscani simpatici e due cinesi spaurite sono stati i nostri compagni di tavolo durante la cena di verdurine bollite nel refettorio, mentre il resto dei tavoli era occupato da un gruppo yoga.
Dopo esserci persi per mezz’ora (ma avessimo avuto il tempo anche un’ora sarebbe volata) nella meravigliosa cripta, dove la luce catturata dai colori primari dei lucernari si rifletteva nell’oscurità dell’ambiente, abbiamo gironzolato a lungo tra gli spazi. Ero ammaliata da tutto quel cemento grezzo alternato a grandi vetrate; fuori sprazzi di sole tra le nuvole formavano la scenografia perfetta per fare assist al gioco di luci pensato da Le Corbusier. Una grande quiete ci accomunava e con questo stato d’animo ci siamo perfino spinti ad assistere alla messa dove i frati hanno cantato rendendo omaggio alla perfetta acustica del luogo.
Durante la cena, ho lasciato spazio soprattutto alle chiacchiere tra architetti esaltati, uno dei quali poi ha iniziato a girare dei video in esterno con un drone; siamo usciti fuori prima che calasse totalmente la notte, per vedere l’edificio nella sua interezza, camminando fino ad un punto più in basso della valle che lo incornicia. Il tramonto rosso fuoco è stato il degno finale prima di andare a dormire, tipo alle 21, di sabato.
In realtà, una volta nelle nostre stanze – così do un taglio a questo momento di lirismo – io avevo in mente di infrangere le regole del silenzio assoluto invitando Paolo nella mia cella, ma lui alla fine non se l’è sentita di girare il remake de “La monaca di Monza” e infatti il signore l’ha punito facendogli venire un accesso di tosse durato vari minuti, che oltre ad aver svegliato me penso abbia svegliato l’intero convento, con buona pace del silenzio.
L’indomani, nella mia bellissima cella minimal con vista su un albero gigante, il risveglio quasi all’alba è stato naturale. Dopo la frugale colazione, visto che pioveva nuovamente, ci siamo infilati in macchina e abbiamo ripreso la strada verso la nostra ultima tappa prima di tornare in Italia: Les Puces du Canal.

Il mercatino delle pulci si trova nella periferia di Lione, in particolare a Villeurbane – circa 10 km dal centro – e la domenica resta aperto fino alle 15, di modo che siamo riusciti a vedere tutto con calma e mangiare in uno dei baretti che rendono ancora più vivace questo mercato pienissimo e coloratissimo.
Miniera di oggetti dai più inutili ed economici ai più belli e costosi,  il mercato delle pulci è un alternarsi di veri e propri negozi e venditori ambulanti; solitamente in posti come questo mi faccio prendere dall’imbarazzo della scelta e vado via a mani vuote, quindi mi sono imposta di comprare qualcosa: un piatto per il progetto “collezionare piatti tutti diversi” e un quadretto, che mi ha regalato Paolo. Felici degli acquisti, abbiamo ordinato un piatto composto gigante a Le Broc’ Café (salvandoci anche dai pochi minuti di pioggia della giornata) e a pancia piena abbiamo salutato Lione.

Se ora ci penso, il viaggio in macchina, questo slow travel che spesso ci concediamo nelle nostre vacanze brevi, fa in modo che la tristezza della partenza sia diluita in molti chilometri, che noi solitamente usiamo per ricapitolare le cose fatte, cantare, fare soste, rimanere in quel mood esplorativo che ci fa guardare fuori dal finestrino per trovare, lungo la strada di ritorno, nuove possibili destinazioni di weekend futuri.
Varcato il confine con l’Italia è ricomparso il sole, ho pensato che non fosse così male tornare a casa dopo quattro giorni tanto belli.

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